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04/10/2018 15.00 - Direttiva acque potabili, con la revisione investimenti per 5,9 mld € in Ue

La commissione Ambiente del Parlamento europeo sta esaminando una proposta di direttiva sulla qualità dell'acqua potabile (rifusione direttiva 98/83/Ce) che, una volta approvata, determinerebbe un fabbisogno di investimenti da parte dei gestori idrici europei di 5,9 miliardi di euro iniziali, più 2,8 mld € l’anno, per l’adeguamento degli impianti di trattamento e dei laboratori di analisi.
È quanto si legge nell’ultima analisi pubblicata dal Laboratorio servizi pubblici locali (Spl) di Ref Ricerche (Collana ambiente, contributo n. 106). Lo studio si basa sulla bozza di proposta inviata dall’Esecutivo Ue al Parlamento e sugli emendamenti votati in commissione Ambiente. Dato ciò, “le informazioni a disposizione non permettono di stimare l’impatto economico specifico per l’Italia – come spiegato nel documento di Ref - ma può essere utile sapere che da un censimento operato da Utilitalia su 60 laboratori emerge che la maggior parte delle nuove sostanze chimiche introdotte dalla proposta non è attualmente monitorata”.

Il testo al vaglio del Parlamento Ue punta a innalzare gli standard minimi di qualità e di sicurezza delle acque potabili alla luce dell’evoluzione degli inquinanti. Tra le misure previste ci sono “l’obbligo per gli Stati membri di fissare entro dicembre 2022 i propri obiettivi di riduzione delle perdite da raggiungere entro dicembre 2030 sulla base di una valutazione che tenga in considerazione aspetti di salute pubblica, ambientali, tecnici ed economici” e l’ampliamento della lista dei parametri microbiologici e chimici da monitorare “con l’aggiunta di sostanze nuove ed emergenti, tra cui interferenti endocrini e Pfas”.

La proposta di revisione, inoltre, prevede per i gestori idrici l’implementazione dei “Water Safety Plan”. In Italia, ricorda Ref Ricerche, alcuni gestori hanno già anticipato l’implementazione di questi strumenti: “Nella reazione annuale al Parlamento del 2017 Arera ha registrato che il 6,6% della popolazione italiana è servita da gestori che hanno adottato il Wsp, con punte dell’8,8% nel Nord-Est e del 14% nel Nord-Ovest. Le esperienze riportano un costo di investimento per l’implementazione pari a circa 1,6 euro ad abitante servito”.

In generale, secondo l’analisi di Ref, “la reintroduzione delle deroghe limita in certa misura le criticità connesse al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi che la normativa si pone, rendendo disponibili agli enti d’ambito e ai gestori tempi più congrui per adeguarsi alle nuove disposizioni e coerenti con il desiderio di accrescere la fiducia dei cittadini nell’acqua potabile. Tuttavia, poiché le deroghe hanno un impatto negativo sulla percezione della qualità dell’acqua da parte dei consumatori, sarebbe auspicabile che fossero definiti ex lege tempi di entrata in vigore dei nuovi limiti coerenti con le esigenze di pianificazione e attuazione degli interventi necessari”.

Per quanto riguarda i consumatori, l’obiettivo della revisione è anche diffondere maggiore fiducia tra gli utenti nell’uso dell’acqua pubblica. Un’eventualità che in Italia avrebbe importanti ritorni economici. “La stima dei potenziali risparmi se si azzerasse il consumo dell’acqua minerale naturale in bottiglia supera 1,5 mld € l’anno”.

Il voto dell’assemblea plenaria del Parlamento europeo sulla proposta di direttiva è previsto tra il 22 e il 25 ottobre. Tra novembre 2018 e gennaio 2019 si apriranno i negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue. Vista la scadenza dell’attuale legislatura europea ad aprile 2019, sottolinea Ref Ricerche, l’ultima occasione per votare il testo sarà a marzo 2019. Dalla data di approvazione i Paesi membri avranno due anni di tempo per recepire la direttiva all’interno della normativa nazionale.