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03/10/2018 13.00 - Anci: “Spingere su autoconsumo/Fer, no gas e capacity market”

Al motto di “piccolo e distribuito”, l’Anci chiede alle istituzioni italiane di spingere su autoconsumo/Fer e di frenare sul ruolo del gas come fonte di transizione, rivedendo il “sistema degli incentivi alle fonti fossili” (con introduzione della carbon tax) e anche la stessa posizione favorevole dell’Italia al capacity market.
Le proposte dell’associazione dei Comuni sono state illustrate dal delegato Energia e rifiuti (nonché sindaco di Melpignano) Ivan Stomeo in occasione dell’audizione sull’autoconsumo alla X commissione del Senato.

“Anci – ha spiegato -  porta avanti da tempo tale modello energetico, sostenibile per il territorio, basato in modo preponderante sulle fonti rinnovabili, e per tale ragione sostiene lo sviluppo della generazione distribuita di energia rinnovabile, auspicando un ripristino dei ‘sistemi di distribuzione chiusi’ - reti elettriche che permettono di scambiare energia prodotta verso più clienti”. L'utilizzo degli Sdc “da parte dei singoli cittadini/privati consumatori e produttori ‘prosumers’, da piccole, medie o grandi aziende, da comuni, soprattutto di dimensioni ridotte e in gestione associata, scardinerebbe un sistema basato su forme oligopolistiche, che scaricano sui costi energetici dell’utente finale loro inefficienze, organizzazioni sovradimensionate, tanti sprechi”.

Ricordando il modello di cooperativa di comunità nato in provincia di Lecce (la stessa Melpignano e altri Comuni) e poi “preso ad esempio dalla Regione Puglia che ne ha fatto legge regionale”, l’Anci chiede “una revisione complessiva delle norme e degli strumenti a partire dal recepimento della Red (la Direttiva Renewable Energy) come ad esempio gli shared solar schemes, che essa mette a disposizione per agevolare la produzione di energia rinnovabile da parte dei cittadini, che possano stoccare/conservare o immettere in rete l’energia non autoconsumata prodotta, rivedendo le tariffe di immissioni oggi disincentivanti in tal senso”.

Al surplus autoprodotto, prosegue l’associazione, “andrebbe riconosciuto un prezzo comprensivo dell’esternalità positiva legata alla produzione autonoma rinnovabile, sia in termini ambientali che sociali, nonché per la rete elettrica”. Occorre inoltre rivedere “la distorsione normativa legata allo scambio tra prosumers e l’attuale meccanismo dello scambio sul posto”. Nonché “affrontare piccoli nodi normativo regolatori ad esempio riguardanti i condomini”.

L’Anci invita però a “una revisione complessiva dell’intero sistema non soltanto energetico ma riguardante in toto molti aspetti del vivere in comunità, dal sistema di produzione e imballaggio, alla mobilità, alla pianificazione edilizia – urbanistica”. Tutti i settori, prosegue l’associazione, “sono chiamati oggi in causa (soprattutto i più energivori) ad affrontare una reale rivoluzione culturale se si vogliono rispettare obiettivi che non risiedono soltanto in un Accordo (Parigi) ma nel futuro del nostro stesso pianeta”.

L’Anci chiede quindi di rivedere la stessa Sen, “dal momento che non è possibile pensare alla transizione energetica attraverso il metano”. Serve poi ripensare il “sistema degli incentivi alle fonti fossili e climalteranti, nonché delle aste di carbonio, anche mediante l’introduzione di una carbon tax”.

L’associazione “ritiene inoltre poco coerente con una visione sostenibile l’attuale posizione favorevole del nostro Paese – come soluzione a eventuale crisi di offerta energetica e in affiancamento alle fonti rinnovabili non programmabili – verso il capacity market”. Indirizzando invece sforzi e risorse “verso forme innovative ma assolutamente già testate di accumulo energetico come l’idrogeno”.

In definitiva, “un cambio radicale impone scelte coraggiose e integrate”, e Anci individua due strade: “adozione del quadro normativo nazionale in senso organico e lungimirante sulla sostenibilità e la transizione energetica (a partire dalla proposta di Anci)”; “richiesta da parte dell’Italia di revisione complessiva dei meccanismi di attuazione che sottendono gli strumenti finanziari a sostegno della sostenibilità a partire dalla prossima politica di coesione 2021-2027”.

Da sottolineare che nelle premesse l’associazione mette in guardia anche contro “preoccupanti aperture legate agli scambi transfrontalieri e transnazionali, che potrebbero portare l’Italia – in concomitanza con dinamiche di scarsa regolazione del mercato – ad essere territorio di speculazione da parte dei produttori di altri Paesi Europei”.